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Il Belpaese, paesaggisticamente eterogeneo, pieno di dialetti e costumi diversi da regione a regione, non fa eccezione neanche per il lavoro e le regole che lo caratterizzano, non solo possono cambiare da regione a regione o a seconda della provincia ma addirittura tra persone che lavorano fianco a fianco, colleghi della stessa azienda, inquadrati con lo stesso livello.

Ad accentuare questa situazione sono le recenti sentenze, alcune passante in Cassazione, inerenti il cosiddetto “tempo-tuta”, necessario al lavoratore a indossare gli indumenti forniti dal datore di lavoro. I Giudici hanno legittimato le ragioni espresse dai ricorrenti, riconoscendo loro un tempo variabile tra 10 e 20 minuti per turno, e condannando l'azienda a un risarcimento retroattivo fino a 5 anni prima dell'entrata in vigore della legge Fornero, 2007.

 Solo chi ha fatto ricorso alla magistratura potrà vantare tale diritto, c'è chi non vuole esporsi e chi non è appoggiato dal proprio sindacato, chi non è bene informato, la stessa Cgil si comporta in maniera diversa sul territorio, promuovendo tali azioni alla Lidl laziale e contrastandole a spada tratta alla Unicoop di Firenze.

Quindi anche la Filcams cambia il suo modus operandi a seconda della zona e del datore di lavoro.

Si sta creando un altro doppio binario, chi ha la vestizione compresa nell'orario di lavoro (ex giudice) e chi no. Calcolatrice alla mano, in un anno si può avere oltre una settimana di differenza accumulata.

Come poter tutelare l'intera platea dei lavoratori ?

Le parti datoriali ci stanno già pensando , riformulando i regolamenti aziendali, inserendo la possibilità di potersi cambiare a casa , poter uscire da lavoro con i panni della ditta e continuare a fare le cose di sempre ma con il marchio dell'azienda sul petto. Si vedranno persone nell'area cani con la veste da macellaio o pasticcere, prendere l'autobus o la metro, in barba alle più elementari norme igieniche. Il portare a giro il marchio del proprio datore di lavoro potrebbe esporre qualcuno a sanzioni disciplinari per comportamenti non corretti e lesivi dell'immagine.

E cosa fa il sindacato di maggioranza per questo?

Non ha una politica comune, dovrebbe partire dalle alte sfere dirigenziali una richiesta al governo di tramutare in legge le sentenze di cassazione in merito, per far piovere i diritti su tutti i prestatori di lavoro interessati dal cambio vestiti.

Elaborare una strategia, comune a tutto il territorio nazionale, in cui rivendicare ciò che è stato acquisito da pochi tramite i tribunali, durante le discussioni per i rinnovi dei CCNL.

In casi particolari dare la possibilità di scegliere di usufruire del tempo di vestizione retribuito o pausa retribuita.

Personale sottopagato, oberato da orari impensabili, madri e padri di famiglia che lavorano con la domenica a scorrere, gergo contrattuale per dire che la vedi nel calendario ma non te la godi come giorno libero, è ora che il sindacato si rimbocchi le maniche e si adoperi per ridare dignità e rispetto, la via per riuscirci è lunga e non semplice da praticare, ci sono da superare lobby, poteri forti, associazioni datoriali, che negli ultimi 20 anni hanno chiesto sacrifici senza dare niente in cambio.

Strano a dirsi e a concepirlo nel XXI secolo, la realtà dei fatti pone sì dei quesiti sulla necessità di modificare alcune leggi ma la vera forza viene sempre da un famoso motto: lavoratori di tutto il mondo unitevi e vincerete.