Blue Flower

** di Maurizio Pagani

 

Rom, Sinti, Manouche, Kalè, Gitani, sono molti i nomi e le differenze tra i diversi gruppi zigani che compongono la minoranza quantitativamente più numerosa in Europa.

Secoli che accomunano genti di provenienza, costumi, religione spesso diverse ma con un’origine comune, la regione indiana nord occidentale del Panjab e una lingua, il romanès, derivante dal Sanscrito.

Figli di una “storia minore”, rom e sinti fino ad un’epoca recente sono stati gli epigoni di una tradizione culturale prevalentemente orale, agrafica e quindi trascurata del tutto o quasi dalla storiografia ufficiale, se non trascritta occasionalmente da osservatori esterni spesso animati da curiosità o giudizi contrastanti.

La presenza zigana nella penisola italica risale al Medioevo e segue due direttrici, quella via mare, dai Balcani, sotto la spinta dell’espansionismo ottomano che raggiunge le coste delle regioni centro meridionali e quella che discende dal Centro Europa per raggiungere la Roma dei Papi.

Se ignote sono le cause delle migrazioni dei primordi, attorno agli anni ‘800 – 1000, presumibilmente queste vanno fatte risalire a carestie e lotte per la conquista di ampi territori.

Il “nomadismo” si configurerebbe quindi come uno stile di vita direttamente connesso alla condizione socio economica del tempo e agli sconvolgimenti provocati dalla nascita degli Stati moderni che non esclude tuttavia lunghi periodi di “stanzialità” e integrazione nelle economie del tempo, come nella Grecia del secoli XII e XIII.

Ha dunque inizio in questo periodo una nuova fase storica fortemente connessa al controllo dei confini, al timore dello “straniero” che soppianta l’aiuto al “pellegrino”, alle funzioni amministrative e burocratiche da cui rimangono per lo più estranei o imprigionati ai margini degli imperi i popoli senza un territorio, come quello degli “zigani”.

Spesso la storia delle genti zigane viene accomunata a episodi di persecuzioni, tralasciandone tuttavia la vitalità economica e sociale al servizio delle civiltà contadina e dei nuclei urbanizzati.

La grande retata dei Gitani sotto il regno di Fernando VI in Spagna, la schiavitù nei Principati di Valacchia e Moldavia, i tentativi di assimilazione forzata che si susseguono nel tempo in tutta Europa sono il preludio alle persecuzioni razziali del nazifascismo prima e durante lo scoppio del II conflitto mondiale che portò all’annientamento nei campi di sterminio di centinaia di migliaia di rom e sinti.

Anche nel nostro Paese, l’internamento e il confino condurrà molti zigani verso la deportazione e la morte per il solo fatto di venir considerati alla stregua del popolo ebraico una “razza inferiore”.

In Italia

In Italia, il rapido passaggio nel dopoguerra verso una società fortemente industrializzata provoca profondi mutamenti nello stile di vita e nell’economia dei gruppi zigani.

La diminuzione degli spazi e il crescente controllo statale del territorio spingono rom e sinti verso un’economia di sussistenza a cui segue il rapido declino dei mestieri tradizionali, come quelli esercitati dalle famiglie circensi e dai giostrai.

Fino ai primi anni ‘60 moltissimi Comuni si opponevano al rilascio dell’iscrizione anagrafica e quindi dei documenti d’identità, mentre l’accesso alla Scuola Pubblica risale solo ai primi anni ‘70 attraverso le classi speciali “Lacio Drom”.

Sarà solo agli inizi degli anni ‘80 che si aprirà la stagione dei “campi nomadi” allestiti dalle Amministrazioni Comunali per regolamentare la presenza dei gruppi in città, dando loro un posto riconosciuto dove sostare.

A quello stesso periodo risale l’emanazione di Leggi Regionali a tutela del nomadismo, oggi per lo più abrogate o disattese, che consentiranno l’investimento di risorse in conto capitale da parte degli stessi Comuni per la costruzione di aree attrezzate alla sosta.

Milano

Se la presenza complessiva di Rom e Sinti in Italia si attesterebbe secondo stime relative attorno alle 180.000 persone, a Milano il numero non supera le 4.000 di cui circa la metà di cittadinanza italiana.

Le politiche sociali e sicuritarie degli ultimi due decenni hanno certamente incrinato e fortemente peggiorato la condizione sociale di questi gruppi precarizzando il diritto ad un abitare stabile e lasciando degradare i luoghi di vita tradizionalmente occupati, nel mentre si è rafforzato un atteggiamento pubblico e sociale improntato all’antiziganismo.

Il tasso di scolarizzazione alle scuole dell’obbligo è sceso a livelli allarmanti e rimane fortemente sottostimato, mentre i fenomeni di devianza minorile sono aumentati.

Le politiche di promozione e sostegno alle attività lavorative sono state pressochè azzerate: le cooperative sociali Rom rimaste senza commesse pubbliche hanno chiuso i battenti e i giovani sono stati espulsi dal mercato del lavoro.

I continui sgomberi e politiche insufficienti se non fallimentari di carattere abitativo, per lo più di natura emergenziale e affidate all’intervento del privato caritatevole, hanno spinto centinaia di famiglie rom ad occupare alloggi sfitti nei Quartieri Periferici dove è palpabile un disagio sociale crescente non solo per la “mancanza di sicurezza” ma più in generale per il decadimento dell’offerta dei servizi.

Famiglie di Rom, immigrati e italiani disagiati di fatto non hanno la possibilità di accedere ad un sistema di welfare sociale di base anche per la mancanza di relazioni con le risorse offerte dal territorio.

La richiesta impellente di una mediazione sociale diffusa che sappia interloquire con questi abitanti rinchiusisi in enclave spesso inaccessibili si scontra con una carenza di progettualità e l’assenza sul territorio di servizi e operatori che sappiano misurarsi con queste nuove realtà.

Lo stigma sociale che ha eretto come proprio vessillo il contrasto generalizzato ai “campi nomadi” si accompagna ad un sostanziale disconoscimento culturale, dove tentativi di assimilazione forzata producono rotture profonde nei rapporti con le comunità zigane evidenziando altresì la propria vacuità per l’assenza di alternative percorribili.

** (Opera Nomadi Milano)