Blue Flower

 

di Micol Tuzi**

Perché le telecamere, se poste nei servizi per l’infanzia o – più in generale, nei servizi socioeducativi - generebbero mostri anziché "prevenire" abusi e violenze?

Al di là dei discorsi che possono apparire banali sulla privacy e sul telecontrollo del lavoratore, le telecamere:

- Aumentano lo stress e l'ansia "da controllo", non perché chi educa abbia qualcosa da nascondere, ma per la paura dell'immagine, sempre parziale e distorta, che la telecamera può restituire agli altri del proprio operato;

- Inficiano il patto educativo con le famiglie: il rapporto educativo si basa sulla fiducia nell'affidare ed affidarsi, non sul controllo e sulla minaccia di sanzioni se sgarri;

- Gli educatori avranno paura, nell'esercitare interventi normativi o di contenimento, di essere accusati di abusi e quindi non ne faranno. Lasceranno,così, le situazioni non gestite, i bambini in crisi in balia di sè stessi e, quindi, lasceranno peggiorare le cose.

Abdicheranno - di fatto - il loro ruolo educativo per paura di finire sotto processo, inchiodati da "prove" filmate della loro colpevolezza;

- Ci sarà sempre un angolo cieco che la telecamera non riesce a vedere, fosse anche il subdolo anfratto della violenza psicologica, fatta di sguardi, o, peggio, di sguardi negati;

- Esiste l'effetto "blank face" di chi trattiene una emozione per paura di essere riconosciuto ed additato come inidoneo... La terribile espressione che hanno anche le madri in depressione post partum, quando guardano nel vuoto, spersonalizzate, anziché rivolgersi al bambino, temendo il giudizio di inadeguatezza da parte di chi le circonda;

- Esiste il controllo di sè stessi che rende impostati ed anaffettivi, deleterio nella relazione educativa, che richiede, invece, coinvolgimento e responsività "sufficientemente adeguata";

- Esiste infine la capacità di recitare. Quale luogo migliore che davanti a una telecamera?!
Che cosa, invece, avviene dietro di essa non lo sapremo mai.

Peccato che tutto questo potrebbe non essere un (brutto) film, ma uno scenario reale, conseguenza di scelte dettate da un misto di ignoranza, incompetenza, presunzione, facile giustizialismo e rappresentazione stereotipa e negativa - denigratoria persino - di chi lavora in educazione.

Sia nel suo ruolo professionale che come persona umana.

Perché il provvedimento può essere giudicato quantomeno insensato?

- Perché le statistiche dimostrano che le maggior parte degli abusi si verificano in famiglia, nonostante facciano più scalpore mass mediatico i ben meno frequenti episodi che si verificano all’interno delle istituzioni;

- Perché non ha senso il paragone con la videosorveglianza di bancomat o all’interno di attività commerciali: le ragioni che spingono al furto sono diverse da quelle che potrebbero spingere ad abusare di soggetti più deboli. Pare quasi un ragionamento scontato, ma, evidentemente, è necessario ribadirlo.

Come potrebbero essere spesi meglio i soldi destinati all’acquisto delle telecamere obbligatorie?

- rendendo obbligatoria la presenza nei servizi di un pedagogista, con compiti di supervisione, monitoraggio, supporto e formazione degli operatori;

- attuando prevenzione del Burn Out (recentemente riconosciuto dall’OMS come patologia lavoro – correlata), con interventi di supervisione, supporto psicologico, coaching, formazione degli operatori;

- migliorando le condizioni organizzative del lavoro nei servizi: turni fronte utenza di durata sostenibile, rispetto dei rapporti numerici educatore-utenti, rispetto dei riposi, della fruizione dei permessi (specie per assistenza dei propri familiari) delle pause, delle turnazioni. Concedendo ferie e sostituendo il personale assente, individuando nei contratti una quota di monte ore di lavoro non frontale da dedicare ad osservazione, documentazione, confronto in equipe professionale, progettazione, auto ed eterovalutazione;

- assumendo educatori ed insegnanti in ragione sufficiente a garantire il corretto funzionamento dei servizi, selezionandoli in accesso, inquadrandoli al livello adeguato al titolo di studio che possiedono e continuando a formarli per tutto l’arco della vita lavorativa;

- individuando percorsi di ricollocazione (anche temporanea) del lavoratore che mostra segnali di difficoltà o stress, adibendolo a mansioni non fronte utenza, in attesa di più accurata valutazione della sua idoneità al lavoro nei servizi;

- finanziando progetti di partecipazione delle famiglie alla vita dei servizi, rendendo i contesti aperti e permeabili al territorio, stabilendo quali requisiti di accreditamento la progettazione ed i processi di auto ed eterovalutazione formativa della qualità dei servizi;

- spendendo qualche risorsa in una campagna di comunicazione che vada in controtendenza rispetto alla rappresentazione grottesca e caricaturale che è stata data, negli ultimi anni, degli insegnanti, degli educatori e – più in generale – di tutti i dipendenti pubblici.

Acuire il clima di reciproco sospetto e sfiducia che si respira, ormai, in tante parti della società civile non può che nuocere al bene comune ed agli individui stessi.

Se questo processo fosse definitivamente esteso nei campi dell’istruzione e dell’educazione, ci troveremmo davanti ad un sistema fallito, diventato incapace di conseguire gli obiettivi per cui era nato. Questo perché – non ci stancheremo mai di ribadirlo – la fiducia tra adulti è la base di ogni relazione che si propone di educare un fanciullo o un soggetto svantaggiato.

Senza un rapporto di fiducia – semplicemente – l’educazione non esiste.

Il rischio di violenza ed abuso, pradossalmente, in queste condizioni, aumenta. Ed il pensiero corre al rischio aggiuntivo che deriverebbe dalla liberalizzazione della vendita delle armi (altro provvedimento allo studio del governo.

Ma qui ci fermiamo, perchè il nostro pensiero sta correndo troppo velocemente e questa è un’altra storia, che ci auguriamo di non dovervi raccontare.

** Rsu Comune Bologna