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Il lavoro elemento fondante della nostra Costituzione è, ai nostri giorni, di fatto, una variabile esclusivamente nelle mani del mercato.

Se il nostro codice civile assegna in capo al datore di lavoro, l'alea rappresentata dall'attività imprenditoriale, questa è stata nei fatti trasmessa in capo al lavoratore subordinato e andando oltre in questa società globalizzata e prona al dio mercato continuiamo a ricordare il dettato costituzionale quando indica l'attività economica privata come libera omettendo, colpevolmente e dolosamente che la stessa costituzione indica che non può però essere in contrasto con l'utilità sociale e che lo stato se ne deve fare carico.

negli anni passati abbiamo visto un'applicazione errata di tale concetto mettendo in campo una politica assistenziale piuttosto che la promozione dell'economia reale, basata sulla produzione e favorendo un'economia sempre più finanziaria creando di fatto una totale asincrasia tra produzione e finanza.


Finanziamenti a pioggia, detrazioni fiscali, ammortizzatori sociali che sono entrati senza contropartita nelle casse dell'imprenditoria privata che hanno e continuano a socializzare le perdite senza che si abbia modo di verificare gli investimenti, i piani industriali hanno fatto si che gli utili delle grandi aziende continuassero ad essere distribuiti ai manager e agli azionisti o addirittura si involassero in un sistema di scatole cinesi verso paradisi fiscali.

L'avvento del nuovo che avanza rappresentato dal Pd Renziano in particolare ma che accomuna tutte le forze politiche governative sia reazionarie che globaliste ha invertito in parte la rotta e lungi dal trovare una soluzione per il lavoro e i lavoratori ha sdoganato il concetto che giacchè l'iniziativa privata è libera il padrone, sia esso il piccolo imprenditore, piuttosto che la multinazionale possono decidere come e quando vogliono sia della vita lavorativa, sia della vita personale dei lavoratori. Con accordi che prevedono quattro lire rispetto alle somme ingenti di denaro che vengono bruciate dai mercati le aziende hanno la possibilità di salutare il lavoratore mettendolo sostanzialmente nelle mani della precarizzazione che costantemente ormai ci accompagna.

Finisce così il sistema assistenziale non sostituito da politiche di promozione dell'attività sociale, ma sostituito con la vittoria dei padroni che possono in questo modo tirarsi fuori dalla responsabilità civile sopra nominata dell'alea imprenditoriale scaricandola sul lavoratore.

Il settore che io vivo tutti i giorni quello delle telco e dei call center in particolare è l'emblema e l'antesignano della capacità di destrutturazione messa in atto in questi ultimi vent'anni.

Settore nato quando le lotte dei lavoratori nelle fabbriche erano terminate e spesso anche a causa delle colpe delle stesse classi dirigenti sindacali, è un settore poco coscientizzato.
Il termine conflitto è una parola fuori da questo mondo che nasce, cresce e si consuma con la concertazione. Peccato però che anche il termine concertazione non è mai stato applicato giacchè se si parlasse di concertazione dovremmo avere più voci,più suoni, ma la realtà vera è che i padroni fanno tutta l'orchestra dal direttore agli addetti al suono.

Costretti, anzi minacciati dall'emergenza di assicurare (termine tanto ipocrita quanto invero e vedremo perchè di seguito) il perimetro occupazionale abbiamo lasciato che i padroni dettassero l'agenda e consegnato nelle loro mani diritti e salario deprivando i lavoratori finanche della dignità.

Sotto la scure della perdita del perimetro occupazionale le grandi aziende, come le piccole,le multinazionali come il call center sotto scala hanno di fatto oggi e ciclicamente continuano a farlo creato una riserva di nuovi schiavi
Qualunque sia la tipologia di contratto sottoscritto i call center hanno nei fatti creato un mondo di lavoratori a cottimo costantemente posti al giogo del ricatto delle prestazioni che devono presentare parametri di qualità e quantità decisi dal padrone perchè il settore non vuole controlli nell'organizzazione del lavoro e i sindacati mostrano rilevanti limiti dall'esperire pratiche che entrino in queste dinamiche.

Dal dipendente a tempo indeterminato in house all'ultimo dei somministrati scendendo sempre più nel girone infernale della precarizzazione non esiste per questi lavoratori il concetto di conciliazione di tempi di vita e di lavoro, men che meno l'applicazione del concetto di salute voluto dall'OMS che ne parla nei termini di promozione del benessere. Noi non siamo neanche all'assenza della malattia!

Nel continuo rimpallo delle responsabilità tra appaltatori e appaltanti i tempi di lavorazione sono sempre più ridotti e la qualità deve rimanere invariata. Se non ci arrivi il problema è tuo, non del mercato ormai impazzito e di aziende che profittano e marginalizzano sui lavoratori con l'unico obiettivo di finanziarizzare il prodotto.

Abbiamo assistito impunemente negli anni ad atti, sanzionati poi, se agita l'azione legale, dai tribunali di precarizzazione del lavoro attraverso lo strumento della cessione di ramo, l'esternalizzazione.

Ultima della serie la cessione di ramo dei call center ex H3G a seguito fusione wind e tre, poi windtre. In questo caso circa la metà dei lavoratori impattati ha esperito l'azione legale impugnando la cessione.

La cessione di ramo regolamentata dal codice civile prevede due requisiti fondamentali:la preesistenza del ramo e la sua autonomia.
Ai lavoratori l'onere di provare la mancanza dei due presupposti. Bene, sarebbe di comune buon senso addivenire al fatto che un servizio clienti non può essere e non potrà mai essere autonomo, ma così non è nei fatti. Nonostante tutto però il tribunale in questo caso alla luce delle prove documentali presentate ha risolto in accoglimento della richiesta dei vertenti dichiarando nulla la cessione e ordinando a windtre la ricostituzione del rapporto salariale a far data dal giorno della cessione.

I lavoratori però devono continuare a perseguire strade solitarie o aggregate con vertenzialità locali o dobbiamo farci carico di quanto sta succedendo?

Dobbiamo dire ogni due anni ad Almaviva tieni un altro pezzo della dignità della persona in attesa che mi riminacci l'anno successivo altri esuberi o entriamo dentro le logiche di organizzazione del lavoro?

Abbiamo assistito ad una serie di accordi che hanno congelato, scatti di anzianità, maturazione del TFR, controlli a distanza personale e di contro defiscalizzazioni per le aziende, finanziamenti sotto varia forma e tutto questo non è bastato. Non è bastato alle aziende che continuano a perseverare la via del profitto e della finanziarizzazione marginalizzando sulla pelle dei lavoratori e non è servito ad assicurare il perimetro occupazionale.

Oggi ci ritroviamo con la discussione sull'articolo 4 del controllo a distanza. Si fa un gran parlare, si organizzano incontri, ma la sensazione è che nessuno voglia veramente ascoltare i lavoratori e le lor o rappresentanze.

Gli accordi firmati sul tema hanno dimostrato nei fatti che il controllo a distanza non crea né efficientamento, né produttività. Almaviva Palermo ne è un esempio e ahimè neppure la tenuta del perimetro occupazionale visto che nonostante questo siamo nuovamente punto e a capo con la dichiarazione di esuberi tenuta in sospeso da questo governo che ha tanti difetti ma che quantomeno prova nella propria inesperienza a tentare di capire quelle che sono le dinamiche di settore. Inefficaci anche essi perchè tornare al vecchio sistema di assistenzialismo non fa altro che il gioco dei padroni che così possono tornare a socializzare le perdite e a redistribuire i profitti tra manager e azionisti.

Siamo colpevolmente e talora dolosamente in ritardo con l'attribuzione in solido delle responsabilità di filiera e forse non basterà ormai neanche più questo, ma a vent'anni di distanza a chi diceva che i call center erano un volano per l'economia possiamo rispondere che quei pazzi che ieri smentivano queste affermazioni avevano ragione. Nessun volano per i lavoratori. Di certo se volano vi è stato lo è stato per qualche carriera politica e sindacale.

Oggi serve una Visione nuova quanto vecchia che comporti anche la statalizzazione delle aziende che non stanno sul mercato se non in funzione della socializzazione delle perdite. Quanti soldi delle casse dello stato sono involati verso investimenti privati? Ecco forse è il caso che lo Stato si faccia Stato Sociale ed oltre a sopperire alla mancanza di imprenditorialità privata cominci a promuovere il lavoro e l'economia altro che continuare ad assistere a privatizzazioni che hanno sottratto alle casse dello stato beni e denari. Vent'anni di privatizzazioni, con l'illusione che il privato funziona meglio hanno portato oltre che all'impoverimento delle casse dello stato anche la macelleria sociale.